Creare il proprio mondo, la propria storia, la propria narrazione.
Cos’è un GDR?
GDR significa principalmente Gioco di Ruolo (in inglese RPG, Role-Playing Game).
Si tratta di un’esperienza ludica in cui i partecipanti interpretano la parte di un personaggio fantastico o di finzione, muovendosi all’interno di un mondo immaginario e contribuendo a creare una storia condivisa.

Lo scopo dell’attività
Creare una narrazione tramite un’esperienza condivisa e seguire dei ruoli prestabiliti per la realizzazione dell’opera finale.
Il riepilogo/Introduzione
Ogni sessione cominciava con un riepilogo dei fatti della scorsa sessione di gioco.
Un partecipante dell’attività veniva scelto e incaricato di fornire un pezzo di storia scrivendola in modo che i fatti acquisissero uno stile personale e coerente con il worldbuilding della narrazione.
La sessione
Durante la sessione si viene a creare la storia, immergendosi completamente nel mondo con i limiti consentiti dal regolamento del gioco.
L’elemento che rende la scrittura tramite il GDR unica è il fatto di dover vivere e sperimentare nella sessione tutto ciò che sarà poi composto nella fase di scrittura, donando maggior spessore e profondità, ma anche personalità, al risultato finale.
La scrittura della sessione
Ogni persona, singolarmente, forniva la propria versione della sessione precedente, creando una vera e propria raccolta di testimonianze.
Alla fine dell’attività queste “testimonianza” sono state fuse per creare l’opera finale che potete leggere in basso.
Cronache di Phandalin
Ovvero: Le gesta improbabili di alcuni avventurieri di discutibile competenza
PROEMIO
Storia realizzata nell’ambito del laboratorio di “Storytelling attraverso il gioco di ruolo”
Piano Nazionale Di Ripresa E Resilienza Missione 4: Istruzione E Ricerca Componente 1 –
Potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione: dagli asili nido alle Università
Investimento 1.4: Intervento straordinario finalizzato alla riduzione dei divari territoriali nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado e alla lotta alla dispersione scolastica Interventi di tutoraggio e formazione per la riduzione dei divari negli apprendimenti e il contrasto
alla dispersione scolastica
(D.M. 2 febbraio 2024, n. 19)
Riccardo Danieli
Leila Gottardi
Francesca Locatelli
Gilson Kulla
Claudio Momentè
Christian Porras
Tommaso Lazzarini
Gabriel Pavan
Nicolò Varriale
Michael Nwadike Chimson
Davide Lessio
Zouhair Lahmam
Edoardo Bragato
Marco Florian
Richard Crisan
Gabriele Piovesan
Lorenzo Carniello
Pietro Cittadella
prof. Tommaso Paitowsky
prof. Andrea Mondati
Prologo
L’Alba delle Lettere Senza Firma
Neverwinter non dorme mai del tutto. C’è sempre qualche ubriaco che canta, qualche
mercante che conta monete alla luce di una candela speranzosa, qualche guardia che
finge di non aver sentito nulla. È in questa costante rumorosa indifferenza che ciascuno
di noi ricevette la propria lettera.
Le parole erano poche, la calligrafia affrettata, la firma assente. Se cerchi fortuna e oro,
raggiungici fuori dalle mura al primo sorgere del sole. Chiunque altro avrebbe buttato il
foglio e si sarebbe rigirato nel letto. Noi, invece, eravamo esattamente il tipo di persone
a cui basta la parola oro per svegliarsi un’ora prima dell’alba.
Ci ritrovammo fuori dalle porte della città con il vento salato che ci spettinava e lo
sguardo assonnato di chi sta rivalutando le proprie scelte di vita. Ad attenderci c’era
Gundren Rockseeker, un nano con gli occhi febbricitanti e quel particolare sorriso di chi
sa qualcosa di importante ma non ha alcuna intenzione di dirtelo subito.
«Scortate questo carico fino a Phandalin» disse. «Due giorni di viaggio. Cento monete
d’oro a testa.»
Non aggiunse altro. Non ne aveva bisogno: quel sorriso furbo diceva già tutto, e quel
tutto era abbastanza inquietante da far capire che i cento ori erano forse il dettaglio
meno interessante dell’intera faccenda. Dopodiché ci lasciò, e il viaggio ebbe inizio.
Capitolo I
Incontri sul Sentiero di Triboar
Il gruppo si formò come si forma quasi sempre: per caso, per necessità e con un certo
grado di rassegnazione reciproca.
Il primo ad unirsi fu Alfredo, avvolto in una pelliccia che sembrava aver visto tempi
migliori e un cappello calato sugli occhi come a voler dire al mondo non mi hai visto e
non mi conosci. Era un druido paziente e silenzioso, con quella qualità rara di sembrare
sempre in attesa del momento giusto.
Poi c’era Ciro, il ladro elfico, che aveva deciso di oliare i propri riflessi prima ancora che
il gruppo si radunasse. Lungo il sentiero aveva avvistato una vecchietta che camminava
lenta verso la città, e il suo istinto — quell’istinto professionale, ben affinato, di cui
andava così orgoglioso — gli aveva sussurrato: occasione d’oro. Con passo felpato si
era avvicinato, aveva infilato la mano nella saccoccia della donna e stava già calcolando
mentalmente la propria quota del bottino, quando la vecchietta si girò. Lentamente.
Con tutta la calma di chi non ha fretta perché la vita gli ha già riservato ogni sorpresa
possibile. Prima che Ciro potesse reagire, un randello volò nella sua direzione con
un’efficienza che smontava qualsiasi teoria sulla debolezza senile. Ciro lo schivò per un
pelo, decise che la sua carriera poteva aspettare e si unì al gruppo con l’aria di chi stava
benissimo e non aveva affatto quasi preso un bastone in faccia.
Zampanò non aveva bisogno di un’entrata scenica: era già seduto su una roccia a
suonare il liuto, con la melodia che si disperdeva nell’aria mattutina come se il mondo
intero fosse lì per ascoltarlo. Mezzelfo, capelli come oro fuso, lineamenti che sembravano
scolpiti da un artigiano compiaciuto di sé — il tipo di creatura che attira sguardi senza
averlo chiesto, e lo sa benissimo.
Boris, il nano, arrivò a petto nudo, come se il freddo mattutino fosse una sua personale
offesa da ignorare con superiorità. La sua pelle scura luceva di sudore già guadagnato, e
ogni suo passo sembrava una sfida lanciata alla gravità.
Arkhelion era l’elfo che osservava. Non disse molto, all’inizio. Non ne aveva bisogno:
i suoi occhi parlavano continuamente, catalogando ogni albero, ogni ombra, ogni
individuo del gruppo con la precisione analitica di chi si fida poco e verifica sempre.
Balasar era qualcosa di diverso. Dragonide di bronzo, corporatura leggera ma portamento
da chi è convinto — non senza ragione — di essere la persona più interessante nella
stanza. I suoi occhi color ambra avevano quella qualità vagamente unsettling di guardarti
come se tu fossi un problema già risolto, o forse un problema che stava per diventarlo.
Joshua era il paladino. Armatura scintillante, scudo e spadone, fede incrollabile nel
proprio dio. Il tipo d’uomo che avanza verso il pericolo non perché sia incosciente, ma
perché ha già pregato e si sente a posto.
Arrivarono poi Rören, con l’aria di chi ha corso e preferirebbe non ammetterlo, e infine
Brunilde, barda umana, il cui passo deciso e il cui sguardo dicevano chiaramente che il
mondo avrebbe fatto meglio a farsi da parte.
E così, con questa improbabile compagnia, ci incamminammo lungo il Sentiero di
Triboar.
Le foreste ai margini della strada hanno orecchie. Lo sa ogni ranger, ogni druido, ogni
cacciatore con un minimo di senno. Purtroppo i goblin lo sanno altrettanto bene,
e quando decisero di farsi sentire, lo fecero con tutto l’entusiasmo di chi è in netto
vantaggio numerico.
Il frastuono esplose dal nulla. Sagome verdi e caotiche emersero dai cespugli con le
scimitarre alzate e quell’espressione di ferocia che i goblin coltivano fin dalla culla.
Il secondo elfo del gruppo — il cui nome si sarebbe presto conosciuto — non aspettò un
secondo. Scese dal carro con la fluidità di un felino e piantò il pugnale nel primo goblin
che trovò a portata di lama, con una precisione che fece capire che quell’elfo non era uno
a cui si fa brutte sorprese.
Arkhelion, mosso dal medesimo slancio eroico, incocciò una freccia. Poi, per ragioni che
rimangono materia di dibattito, la incocciò al contrario. La freccia non partì. Arkhelion
non batté ciglio, depose l’arco con la dignità di un professore che ha appena sbagliato
una equazione davanti alla classe, e si avanzò a colpire il nemico con il corpo — un
metodo sicuramente meno elegante, ma funzionale.
Zampanò, guidato dall’indicazione di Arkhelion, trafisse il suo goblin con lo stocco
con la grazia di chi è abituato a fare cose belle e non vede perché questa dovesse fare
eccezione.
Joshua, nel frattempo, aveva incontrato una scimitarra. La scimitarra aveva vinto il
primo round, lasciandolo barcollante ma non domo. Il paladino rimase in piedi con
quella testardaggine tipica di chi ha un dio dalla sua parte e intende farlo pesare.
Rören decise che il momento richiedeva un gesto epico. Saltò sul cavallo. Il cavallo, con
tutto il rispetto per le ambizioni del giovane, aveva altri piani: una rapida e inappellabile
bucòlata lo scaraventò a terra. Rören si rialzò sputando foglie, con l’espressione di chi
stava rivalutando il concetto di epopea.
Fu allora che Balasar e Joshua agirono come una sola macchina da guerra, accerchiando
un goblin con quella geometria spietata che non lascia scampo. La creatura li guardò.
Guardò a sinistra. Guardò a destra. Poi non guardò più nulla.
Capitolo II
La Locanda, la Barda e il Corvo sul Tetto
La battaglia si trascinò oltre il tramonto del sole, portando con sé colpi di fortuna e colpi
di sfortuna distribuiti con la solita equità caotica degli scontri campali.
Brunilde saltò giù dal carro impugnando il flauto come fosse un’arma e intonò una
melodia arcana. Presa dalla foga del momento, la indirizzò verso la prima figura che
vide — che era Balasar, il dragonide alleato — infondendogli coraggio e forza con la
solerzia di chi non si è ancora presa la briga di imparare i volti dei compagni. Balasar ne
trasse comunque beneficio, il che è tutto sommato l’importante.
Un goblin appostato nell’ombra di un albero contorto scocciò una freccia nel caos. Le
frecce sparate nel caos tendono a non rispettare le intenzioni: questa atterrò su Alfredo,
che non era il bersaglio di nessuno e che da quel momento in poi avrebbe sviluppato una
sana diffidenza per i cespugli.
Ciro si mosse nell’ombra dietro i carri, estratse un pugnale e lo scagliò con una precisione
che avrebbe fatto invidia a un assassino professionista. La lama raggiunse la fronte di
un goblin che cadde senza nemmeno il tempo di sorprendersi. Ciro si concesse un
momento di soddisfazione interiore.
Boris si arrampicò su un albero per avere una visuale migliore del campo, trovò un
goblin sotto di lui e lo colpì. Era soddisfatto. I rami invece meno.
Arkhelion scocciò una freccia che attraversò l’aria con una traiettoria pulita e si conficcò
nel cuore di un goblin. Prima ancora che la creatura toccasse terra, la sua anima era già
altrove.
Zampanò si precipitò verso il paladino ferito, posò una mano sulla sua spalla e con un
sussurro arcano le ferite si rimarginarono come se il tempo le avesse dimenticate. «Stai
bene?» chiese il bardo. Joshua, già intento a ringraziare il proprio dio per la seconda
opportunità concessagli, rispose di sì senza nemmeno voltarsi.
Balasar aveva visto abbastanza. Inspirò profondamente, concentrò la propria furia in un
singolo punto, e dal suo dito scaturì un raggio di pura energia viola. Il goblin che lo aveva
sfidato non ebbe il tempo di pentirsi: dove c’era stato un goblin rimase soltanto cenere,
e nemmeno tanta.
Il paladino Joshua — pur non del tutto convinto delle magie oscure che Balasar
frequentava — terminò la sua preghiera e posò le mani sul dragonide, guarendo le sue
ferite con una luce dorata e silenziosa. Era il tipo di gesto che non richiede parole.
Rimase un solo goblin. Brunilde tentò di spezzargli il morale con un repertorio di insulti
finemente cesellati. Il goblin, anziché scoraggiarsi, tramutò l’offesa in carburante e scaricò
la sua balestra su Arkhelion, colpendolo tra le costole con una precisione che nessuno di
loro avrebbe voluto ammettere di apprezzare. Il ranger strinse i denti e rimase in piedi.
Ciro, deciso a chiudere i conti, si chinò a raccogliere il proprio pugnale. La stanchezza
del combattimento fece il resto: la lama sfuggì dalle dita e finì ai piedi del goblin, che la
guardò con un’espressione che poteva essere letta come perplessità.
Dal ramo dove si era riposizionato, Boris scelse quel momento per sferrare il colpo
finale. Si lanciò giù con un urlo che avrebbe fatto vergognare qualsiasi barbaro nordico,
impugnando la spada corta per la discesa. Purtroppo i rami, il vento e la fisica cospiravano
contro di lui: la traiettoria era sbagliata di almeno un metro, e la spada si conficcò nel
terreno anziché nel goblin, lasciando Boris a guardarla piantata come un palo di confine.
La locanda apparve come appare sempre una locanda dopo una battaglia: come la
promessa di tutto ciò che si desidera. Fuoco, cibo, birra, un tetto. Toblen, il locandiere
— uomo robusto, barbuto, con quella saggezza nei lineamenti che si guadagna solo
servendo bevande a sconosciuti armati per molti anni — li accolse con un cenno e un
sorriso calibrato.
I cinque — Joshua, Boris, Arkhelion, Balasar e Zampanò — varcarono la soglia e si
trovarono in mezzo a una festa in pieno svolgimento. La musica si interruppe. Gli sguardi
si posarono su di loro come falchi su un campo aperto. Poi, quasi all’unisono, la festa
riprese — più forte di prima, come se la loro entrata avesse dato alla serata esattamente
la scossa di cui aveva bisogno.
Alfredo chiese di Gundren. Toblen annuì, lo conosceva, lo vedeva spesso — ma il suo
volto si incupì come un cielo d’autunno. «Lo troverete solo quando vorrà farsi trovare,»
disse. Suggerì di cercare un certo Carp, oppure di fare un giro agli scavi nanici.
Zampanò non lasciò passare l’occasione. Si alzò, propose un accordo — una sua
esibizione musicale in cambio di un piccolo sconto sulla cena — e cominciò a cantare. La
voce del bardo riempì la sala come miele caldo, scivolando tra i tavoli e avvolgendo ogni
avventore in qualcosa che somigliava alla felicità. Persino Toblen, notoriamente allergico
alle spese non necessarie e ai clienti romantici, si commosse abbastanza da offrirgli la
cena. Il resto della sala ordinò un altro giro.
Brunilde, all’esterno, appoggiata a un carro con il mantello sapientemente aggiustato,
scandagliava il passaggio di figure maschili con l’occhio esperto di chi ha imparato che
la fortuna tende a presentarsi in forma umana. Un contadino con le mani incrostate di
fango. Un mercante con una borsa che tintinnava — vuota, si scoprì. La barda sospirò.
«Se questi sono i migliori candidati,» mormorò tra sé, «stanotte dormo con i cavalli.
Almeno loro non russano così forte.»
Rören girava per le strade di Phandalin chiedendo di Gundren. Gli abitanti lo guardavano
come si guarda qualcuno che ha chiesto dove si trova il drago che dorme sotto il mercato:
con una strana commistione di simpatia e preoccupazione per la sua salute mentale.
Ciro, nel frattempo, aveva deciso che l’inazione gli pesava e si era introdotto in un
negozio di cianfrusaglie luccicanti. Una voce femminile lo aveva accolto con premura.
Ciro aveva localizzato un angolo cieco — o almeno così credeva — e vi si era nascosto in
attesa del momento propizio, ignaro che la bottegaia lo stesse osservando dall’inizio con
la pazienza di chi ha già visto questo spettacolo molte volte. Fu invitato a uscire da dietro
l’armadio con una cortesia che era, in realtà, un ultimatum.
Ciro uscì con la dignità di chi è stato smascherato ma rifiuta di ammetterlo, si girò verso
lo scaffale delle merci nel tentativo di recuperare qualcosa dalla situazione — e inciampò.
Il pugnale volò. Gli scaffali seguirono. La bottega si trasformò in un’opera di arte caotica.
La proprietaria lo invitò ad andarsene con una fermezza che non ammetteva replica.
Ciro si chinò ad aiutarla a raccogliere le cose, pensando già alla mossa successiva.
Capitolo III
Il Bambino, la Cripta e le Ossa di Lord Peren
Capitolo III – Il Bambino, la Cripta e le Ossa di Lord Peren
Phandalin aveva i suoi segreti, come ogni piccola città che si rispetti. E i segreti più utili,
spesso, li custodiscono i bambini.
Nella locanda dove il gruppo faceva base, un anziano confirmò che Carp Alderlik — il
bambino che cercavano — era noto per la sua irrefrenabile passione per gli scherzi e la
sua altrettanto irrefrenabile tendenza a non essere dove doveva. Quasi in risposta, la
porta si aprì su un ragazzino dall’aria sbarazzina che agitava le braccia e parlava di un
tesoro nascosto nel bosco. Nessuno sembrava dargli retta. L’anziano informò il gruppo
che quel bambino era proprio Carp.
Il gruppo si fece avanti — con forse un po’ troppo entusiasmo — e spaventò il ragazzino
abbastanza da farlo scappare via, trascinato dalla madre che lo sgridava senza fermarsi.
Zampanò intervenne come era nel suo stile naturale: con il fascino. Si avvicinò alla
madre, aprì bocca, e la donna rallentò. Non si fermò del tutto, ma rallentò. Fu abbastanza.
Carp, dalla sicurezza della schiena della madre, fece al gruppo un gesto inequivocabile:
trovatemi più tardi, da solo.
Quella sera, mentre Zampanò intratteneva la madre sulla soglia con il solito repertorio
irresistibile, Rören trovò la finestra della presunta camera di Carp e ci scivolò dentro con
la grazia di un gatto. Si trovò davanti il ragazzino, seduto sul letto, che lo aspettava con
gli occhi brillanti di chi sa benissimo di avere la situazione in mano.
«Conosco Gundren,» disse Carp. «Ma posso aiutarvi solo in cambio di un favore.»
Il favore era semplice, a parole: nel bosco vicino alla città c’era un albero. Di notte,
quando le stelle raggiungevano il loro apice, sarebbe comparsa una scritta sul tronco. E
poi un passaggio.
Il gruppo si ritrovò fuori dalle mura alle undici e mezza di sera, con il respiro che
formava piccole nuvole nell’aria fresca. L’albero non era difficile da trovare — era
esattamente dove Carp aveva detto — ma era ostentatamente normale. Un albero. Un
tronco. Qualche ramo.
Poi il cielo si aprì.
Non che arrivasse la pioggia, né il tuono. Fu qualcosa di più antico e più silenzioso: le
stelle divennero improvvisamente vicine, e la loro luce — quella luce fredda e precisa che
i poeti chiamano eterna — scese sul tronco e rivelò le parole:
Qui giace Lord Peren.
Il legno si aprì come se avesse sempre aspettato questo momento. Una scala a chiocciola
scendeva nell’oscurità del sottosuolo.
Nella stanza circolare che li accolse brillava, al centro, una coppa d’argento contenente
alcune ossa. Alfredo, con il suo istinto da druido e la sua curiosità inarginabile, si
avvicinò a esaminarle. Qualcosa nel pavimento udì il suo passo. Il pavimento sparì.
Rören e Zampanò si aggrapparono ai muri con la prontezza di chi ha un buon istinto
di sopravvivenza. Boris, Balasar e Alfredo precipitarono nel buio, aggrappandosi l’uno
all’altro in una catena umana — o più precisamente, una catena nano-dragonide-druido
— che riuscì lentamente a risalire. Quando il pavimento riapparve sotto di loro con la
stessa nonchalance con cui era scomparso, i tre si ritrovarono nella stanza successiva.
Quattro sarcofagi. Quattro elfi. Quattro coppe d’argento ai loro piedi. E sull’intera parete
opposta, uno specchio che non rifletteva la stanza — rifletteva un’altra stanza, con un
trono e una figura in penombra.
Balasar lo toccò. Era liquido. Naturalmente ci entrò. Alfredo lo seguì. Zampanò, non
vedendoli riflessi nell’altra superficie, decise di infilare soltanto la testa — una decisione
che dice molto sul carattere del bardo.
Dall’altra parte, sul pavimento dinnanzi al trono, c’era una scritta in lingua comune:
Io, Lord Peren, farò ritorno per dare il mio consiglio quando verrà pagato il tributo ai
miei quattro cavalieri: Soinel d’argento, Lucan dei fiumi, Quelenna della terra, Halimath
dei boschi.
Prima che i due potessero avvicinarsi ulteriormente, dal nulla materializzarono due
creature — qualcosa tra un cane e un lupo, con gli occhi di fumo — che ringhiarono
finché i due non arretrarono. Poi sparirono, e riapparvero altrove.
Il gruppo si riunì a fare il punto della situazione. Avevano quattro calici, quattro cavalieri,
quattro tributi. E una cripta che stava aspettando che qualcuno capisse la musica.
Capitolo IV
Il Tempio di Abbathor e le Creature Senza Forma
Mentre metà del gruppo si aggirava nella cripta di Lord Peren, l’altra metà — Joshua,
Ciro, Arkhelion e Brunilde — si era incamminata verso gli scavi nanici ai margini della
città.
Il corridoio si rivelò un corridoio come sanno essere i corridoi nanici: robusto, austero,
e sempre più stretto di quanto sembri all’inizio. La parete di roccia alla fine ospitava una
fessura appena abbastanza larga da far passare qualcuno di determinato.
Ciro fu il primo. La sua vista al buio trasformò le rovine nell’immediato comprensibile:
resti di case, edifici collassati, colonne spezzate. Fece cenno ad Arkhelion, e i due
avanzarono verso un vasto corridoio che terminava davanti a due porte. Mentre Ciro
valutava cosa potesse essere utile portarsi via, Arkhelion tornò indietro a recuperare gli
altri.
Fu in quel momento che la voce cominciò. Piccola, acuta, insistente. Aiuto. Aiuto. Per
favore, aiuto. Proveniva da qualche parte nell’oscurità.
Decisero di seguirla.
La stanza che trovarono era immensa, sorreta da quattro colonne gigantesche, con un
altare al centro. Joshua si avvicinò, esaminò la pietra e riconobbe ciò che vi era incrostato
sopra: sangue antico. L’altare apparteneva ad Abbathor, il dio nanico dell’avidità —
una divinità crudele che aveva distrutto il suo stesso tempio per punire chi non aveva
completato un sacrificio in suo onore. Mentre il paladino spiegava tutto questo al gruppo,
dal soffitto cadde qualcosa di gelatinoso e paglierino. Un’ameba. Poi un’altra.
Ciro attaccò per primo, la spada corta affondò nella massa — e non successe nulla. La
creatura non aveva pelle, non aveva ossa, non aveva la decenza di morire quando si
deve. In risposta, estroflesse un tentacolo che colpì Brunilde con la forza di una frusta,
lasciandola a terra in condizioni critiche.
Joshua usò il suo soffio gelido: la creatura si congelò, poi si scongelò, poi cercò di colpirlo.
Il paladino schivò con una grazia che non gli era ancora pienamente familiare.
Arkhelion scocciò una freccia. La freccia rimase dentro l’ameba come un segnalibro in
un libro che nessuno ha intenzione di leggere.
Fu Ciro a dare il colpo decisivo alla prima: con il pugnale, rapido e preciso, affondò nella
massa e ne trasse abbastanza danno da fare la differenza. La freccia di Arkhelion, nel
caos successivo, riuscì infine a dare il colpo di grazia. L’ameba esplose.
La seconda fu più tenace. Resistette alle spade, agli incantesimi, agli sforzi collettivi
del paladino che si rifiutava ostinatamente di morire. Fu infine Ciro — frustrato,
determinato, con il pugnale scagliato con tutta la forza che gli rimaneva — a porre fine
alla questione.
La voce continuava a chiamare. Si addentrano oltre.
Capitolo V
Lo Scrigno, i Nani e la Gemma Maledetta
Ripreso fiato e curate le ferite, il gruppo esplorò il tempio con la sistematicità di chi ha
capito che le cripte antiche tendono a nascondere cose nei posti meno ovvi.
Arkhelion trovò una piccola nicchia vicino a una colonna. Quando riuscì ad aprirla,
una cascata di scheletri gli crollò addosso con l’entusiasmo di chi aspettava da secoli.
Nell’alzatina dietro di loro: uno scrigno. Dentro lo scrigno: quindici smeraldi che
catturarono la luce delle torce come se la stessero collezionando. Arkhelion li spartì
equamente tra i compagni, con la precisione di chi non vuole discussioni. Joshua spostò
l’altare. Si aprì un corridoio segreto, e la voce si fece più forte.
In fondo al corridoio: due nani incatenati, esausti, vivi. Accanto a loro, una statua integra
di un nano che stringeva nelle mani un minerale con un’espressione che riassumeva
perfettamente ogni cosa sbagliata nel rapporto tra i nani e la ricchezza. Più avanti, i resti
di una statua imponente ridotta in pezzi.
Un’altra ameba cadde dal soffitto. Joshua la spaccò con la spada — la quale, a dispetto di
ogni logica, si divise in due entità invece di disintegrarsi. Due amebe, quindi. La battaglia
fu breve ma intensa: Arkhelion con il pugnale, Brunilde con lo stocco, e infine Ciro che
risolse entrambe le questioni con l’efficienza di chi ha esaurito la pazienza.
I nani, liberati, si rivelarono cacciatori di gemme in attesa di un carico. I goblin li avevano
catturati durante un agguato — lo stesso agguato in cui avevano rapito Gundren. Non
sapevano dove fosse stato portato.
Prima di uscire, Ciro notò la gemma nella mano della statua. La afferrò. La gemma
esplose. La statua esplose. Ciro rimase in piedi, ricoperto di polvere, con qualche livido
e la dignità di chi ha appena imparato una lezione importante e finge di non averla
imparata.
I due gruppi si riunirono a Phandalin verso sera, e mentre decidevano il da farsi, videro
del fumo nel bosco. E poi sentirono i passi.
Tre figure emersero dalla foresta. Due della statura di un uomo, una della statura di un
armadio. Al sentire il nome di Gundren, quella che sembrava un uomo normale diventò
improvvisamente un’altra cosa: attaccò Arkhelion con una violenza che lasciò il ranger
a terra, quasi privo di sensi. Ciro valutò la situazione, valutò le sue possibilità, e scelse la
ritirata con la velocità di chi ha un buon istinto di sopravvivenza. Brunilde e Joshua si
ritrovarono accerchiati prima ancora di poter reagire.
La notte era appena cominciata.
Capitolo VI
Il Tributo ai Cavalieri e l’Arco di Lord Peren
Essere avventurieri significa ritrovarsi, di tanto in tanto, in situazioni che un uomo di
buon senso non avrebbe mai avvicinato nemmeno di passaggio. Per esempio: all’interno
di una cripta magica di un antico signore elfico, per conto di un bambino astuto e
assetato di gloria, davanti a quattro calici che chiedevano tributo e a un varco oltre uno
specchio liquido che conduceva a un morto sul trono.
Il gruppo rimase immobile davanti ai calici per un tempo che nessuno avrebbe voluto
contare.
Balasar non era il tipo da restare immobile a lungo. Le sue mani squamose si mossero
con l’audacia di chi non ha ancora imparato che l’audacia, in certi posti, è un invito al
disastro. Afferrò le monete d’argento dal calice.
La stanza tremò. Una voce antica ed elegante — l’elfico dei secoli migliori, quello che
suonava come marmo levigato — riempì ogni angolo della cripta con un’unica parola
carica di odio: SIETE LADRI.
Un terrore che non era umano si abbatté su Rören, Alfredo e Zampanò con la precisione
di un martello su un’incudine. Urla. Visioni. La sensazione fisica di qualcosa di
enormemente scontento.
Balasar, colto da un senso di colpa che era probabilmente il più rapido della sua intera
esistenza, rimise le monete al loro posto. Il terrore si placò.
Ci fu un momento di silenzio. Poi Balasar riprovò con una moneta sola.
La voce riecheggiò di nuovo.
Zampanò prese il dragonide da parte con il tono fermo di chi non ha voglia di morire in
una cripta per colpa altrui.
Fu allora che Alfredo capì. Quattro calici. Quattro cavalieri. Quattro elementi. Un
tributo, non un furto. Il druido si alzò, radunò la propria conoscenza degli elementi con
la calma di chi sa esattamente cosa sta facendo, e pagò i tributi uno per uno: muschio per
il primo, acqua per il secondo, terra per il terzo, foglie del bosco per il quarto.
La nebbia dissolse i sarcofagi. I tavoli apparirono. La stanza si aprì come un fiore che
aveva aspettato la stagione giusta.
Balasar, che non poteva accettare di non aver capito qualcosa di così semplice, si tuffò
dall’altra parte dello specchio con lo stesso sdegno con cui ci si butta in acqua fredda
quando si vuole dimostrare di non avere paura del freddo.
Il resto del gruppo lo seguì nella stanza buia e regale. I due segugi li accolsero — ma
questa volta erano quieti, occhi bassi, coda ferma. Il tributo era stato pagato.
La parete tremò. Si dissolse.
Sul trono sedeva ciò che rimaneva di Lord Peren: carni antiche tenute insieme da
un’armatura che era sopravvissuta a tutto, incluso il suo proprietario. L’elfo — o ciò che
era stato — tese la mano verso di loro. Nella mano: un arco di legno scuro, bello come
solo le cose molto antiche sanno essere.
Rören si fece avanti. Prese l’arco senza esitazione, ignorando i vermi che condividevano
lo spazio con le spoglie del signore. Lo ripose al sicuro. Il gruppo uscì. O quasi tutto
il gruppo, Rören e Boris si guardarono, poi guardarono il calice all’inizio della stanza.
Boris espresse una riserva sulla natura potenzialmente trappolosa dell’oggetto, e poi
lasciò Rören al proprio destino con la serenità di chi ha già dato il proprio contributo
alla situazione. Rören prese il calice. Il pavimento aprì la propria bocca. Rören cadde.
Il gruppo, con qualche esitazione, lo tirò fuori.
La cripta si chiuse alle loro spalle con un suono che sembrava l’espirazione definitiva di
qualcosa di molto vecchio.
Rören esaminò l’arco quella sera. Una mano sulla faretra — e una freccia apparve,
pronta, come se fosse sempre stata lì. L’arco donava frecce infinite. Rören lo portò in
giro per la taverna con un portamento che Zampanò definì, con l’autorità di chi conosce
il campo, eccessivo.
Il giorno dopo, restava una cosa da fare: tornare da Carp. E per farlo, bisognava prima
conquistare la madre.
Zampanò si presentò alla porta della casetta halfling con il suo repertorio completo. La
madre aprì. Zampanò aprì bocca. La madre esitò — ma non cedette. Non poteva lasciare
il figlio solo, disse.
Zampanò cercò una balia. Non ne trovò nessuna — con grande dispiacere di Balasar, che
si era offerto con un entusiasmo che nessuno sapeva come interpretare.
Fu Carp a salvare la situazione, con la prontezza naturale di chi è cresciuto a pane e
astuzia. Con una serie di movimenti calibrati e un’espressione di innocenza assoluta,
guidò il gruppo dalla porta alla taverna senza che la madre si accorgesse esattamente di
come fosse accaduto. Essa rimase seduta di fronte a Zampanò, persa in quello spazio tra
lo sguardo e il sorriso del bardo dove il tempo tende a rallentare.
Nell’altro angolo della taverna, Rören interrogava Carp. O meglio: Carp interrogava
Rören, e Rören rispondeva, e quello era il vero andamento della conversazione.
«Nella cripta,» disse Rören, «non c’era granché.»
Carp lo guardò come si guarda qualcuno che sta mentendo male. «Quanto non granché?»
«Abbastanza poco.»
Il ragazzino decise di credergli — forse perché era più comodo, forse perché aveva
già quello che voleva: il sorriso di chi ha vinto la trattativa. Poi disse ai nostri eroi che
Gundren Rockseeker era stato visto da lui in persona, legato come un prigioniero di
guerra, imbavagliato, trascinato via da un gruppo di goblin verso il bosco.
Il gruppo salutò. Rören salutò Carp con uno scappellotto affettuoso che il ragazzino
avrebbe probabilmente ricordato a lungo.
La strada era davanti a loro. E per la prima volta, sapevano dove portava.
Capitolo VII
La Fortezza dei Goblin
Il bosco vicino a Phandalin aveva la qualità tipica dei boschi frequentati dai goblin:
sembrava tranquillo, ma non lo era mai davvero.
Dopo circa venti minuti di cammino, Rören e Alfredo udirono qualcosa. Voci stridule,
lontane, portate dal vento tra i rami. Il gruppo si fermò. Rören avanzò furtivo verso la
fonte — e trovò silenzio. Nessuna traccia. Solo impronte nel terreno che andavano in
direzioni opposte.
Alfredo controllò gli alberi. Balasar tentò di arrampicarsi su uno: il ramo cedette. L’albero
non cedette, ma la dignità sì.
Il gruppo si divise per seguire le orme. Rören andò da solo — era più agile, disse, e tutti
fecero finta di non notare che stava anche evitando qualcosa, ma non era chiaro cosa.
Boris e Alfredo formarono una coppia in cui Alfredo parlò di piante per venti minuti e
Boris sviluppò un’antipatia silenziosa nei confronti della botanica. Zampanò e Balasar
formarono un’altra coppia in cui Balasar parlò a vanvera e Zampanò suonò il liuto senza
ascoltarlo.
Rören, solo, vide del fumo nero in lontananza. Si arrampicò sugli alberi e saltò da un
ramo all’altro con la grazia di chi ha fatto questo tutta la vita, finché non intravedette:
una fortezza. Piccola, rozza, goblin. Si avvicinò — e scivolò dall’ultimo ramo. Atterrò sul
terreno con un suono sordo e credendo di essere passato inosservato si trovò invece con
una freccia conficcata dritta nella schiena, lasciandolo privo di sensi, a terra, con una
voce alle sue spalle “ecco la cena di stasera”.
Gli altri si riunivano intanto allo spiazzo iniziale — dove Zampanò suonava e Balasar
teneva il tempo con la testa — per decidere il da farsi e inevitabilmente incamminarsi
verso la fortezza.
Un goblin li vide. Zampanò lo vide per primo e cercò di colpirlo con lo stocco — mancò.
Il goblin non mancò lui: il bardo cadde a terra privo di sensi.
Balasar mandò un raggio viola nella spalla della creatura. Il goblin rispose con una
freccia che sfiorò il dragonide. Boris colpì il goblin tre volte: le prime due a vuoto, la
terza sul naso con una precisione soddisfacente. Il goblin, infuriato e sanguinante, perse
la mira. Alfredo pose fine alla questione con una freccia pulita al centro del bersaglio.
Il druido si inginocchiò accanto a Zampanò e con erbe medicative attenuò le ferite più
gravi. Il bardo aprì gli occhi per un momento, poi li richiuse.
«Stanno arrivando altri,» disse Alfredo con la calma di chi ha già deciso che preoccuparsi
non serve a nulla.
Capitolo VIII
La Pigna, gli Orchi e la Fine di una Minaccia
«Preparatevi,» disse Alfredo, con le mani ancora nel petto di Zampanò e la voce di chi è
abituato a dare cattive notizie con tono neutro.
Balasar, con la tensione che si trasforma in azione riflessa, raccolse da terra il primo
oggetto che trovò — una pigna — e la scagliò con tutta la forza che aveva verso la fonte
del rumore.
La pigna attraversò la boscaglia e colpì Brunilde sulla nuca.
Dall’altra parte, i compagni — Joshua, Ciro, Arkhelion e Brunilde — stavano avanzando
ignari di tutto quando la pigna arrivò. Brunilde si fermò. Si toccò la testa. Si girò verso
la direzione del colpo, levò l’arco, tese la corda con la metodicità di chi ha tutto il diritto
di essere irritata, e scocciò una freccia che sfiorò l’orecchio appuntito di Balasar di meno
di un pollice.
Dall’albero dove si era arrampicato nel frattempo, Ciro vide la situazione con la chiarezza
privilegiata di chi guarda dall’alto: i compagni erano lì. Erano tutti lì. Li segnalò. I due
gruppi si ricomposero.
«Dov’è finita la pigna?» chiese Balasar con tono nonchalant. «La rivoglio.»
Brunilde lo folgorò con uno sguardo che valeva dieci insulti, e poi ne aggiunse altri venti
verbali per completezza.
Prima che il dibattito potesse svilupparsi ulteriormente, una voce cavernosa interruppe
tutto: «C’è qualcuno… hai sentito?» Rami che si spezzano. Fogliame calpestato. Qualcosa
di grande.
Alfredo sparì in un cespuglio. Ciro tentò di arrampicarsi su un albero e cadde facendosi
tre danni. Arkhelion avanzò silenzioso verso la fonte del rumore.
Dal fogliame emersero due orchi. Enormi. Con le zanne sporgenti di chi non si è mai
preoccupato di fare buona impressione. «Spero sia carne fresca dal villaggio,» disse uno
all’altro con la soddisfazione di chi ha trovato esattamente quello che cercava.
Arkhelion aprì lo scontro con una freccia. La freccia sfiorò Boris. Un compagno, dal
fondo, compensò tirando un pugno al ginocchio dell’orco — non mortale, ma umiliante.
Alfredo colpì con l’arco corto: la freccia si conficcò tra le costole del mostro. Joshua,
dopo varie considerazioni teologiche, curò Zampanò con cinque punti ferita di luce
divina. Uno degli orchi urlò un allarme verso il castello.
Il secondo orco colpì Boris con una violenza che lo mandò a terra senza sensi. Brunilde
rispose con lo stocco — colpo preciso, perfetto, il tipo di colpo che si racconta dopo.
Balasar chiuse l’orco con un bagliore dalle mani che lo lasciò cadere.
Il secondo orco non era finito. La battaglia continuò, durissima, fino a quando Brunilde
cadde — colpita a morte, il corpo esanime sull’erba.
Arkhelion indietreggiò e scocciò una freccia alla schiena del mostro. Alfredo, preciso
come non era mai stato, trafisse il cuore dell’orco. Il colosso crollò.
Il silenzio che seguì aveva il peso specifico delle cose irreversibili.
Alfredo si occupò di Boris, stabilizzandolo. Gli altri ripresero fiato. E fu allora che i
cespugli si mossero di nuovo.
Emersero due figure. Una pelosa, massiccia, con i denti storti di chi governa per paura:
Grol, re di Cragmaw, che con una mano trascinava il corpo privo di sensi di. Accanto a
lui, una donna dalla pelle scura e i capelli bianchi, con le orecchie elfiche e gli occhi che
non avevano nulla di elfico dentro.
Brunilde — con le ultime risorse che le rimanevano — lanciò l’incantesimo. La Risata
Incontenibile di Tasha si abbatté su Grol come un’onda: il bugbear cominciò a ridere,
tremando, incapace di fermarsi. Boris, ritornato in sé, si avventò su di lui con tre pugni
che sommavano quindici danni di pura rabbia nano. Grol smise di ridere.
Joshua alzò lo sguardo verso il cielo, pronunciò le parole della punizione divina, e abbatté
il bugbear con un colpo che non lasciava dubbi sul favore degli dei.
La donna iniziò a cambiare. La pelle scura si fece bianca. Le orecchie sparirono. La forma
si dissolse e si ricompose in qualcosa di diverso — alta, glabra, senza caratteri definiti,
con gli occhi vuoti di chi non ha un volto proprio: un doppelganger.
Il gruppo non esitò. Si avventarono insieme, con tutto ciò che avevano — magie, lame,
frecce, pugni, parole arcane — e la creatura cedette.
Quella notte, il bosco intorno a Phandalin era più silenzioso del solito. Forse perché
aveva visto abbastanza.
I nostri eroi, acciaccati, esausti e in numero leggermente inferiore a quello del mattino,
raccolsero i propri averi e si incamminarono verso la città. Gundren era ancora da
trovare. La Miniera della Spada Perduta era ancora da scoprire. E i cento ori di Gundren
aspettavano ancora di essere guadagnati.
Ma per quella notte, bastava così.